Partendo da un fenomeno nato in rete, Backrooms tenta la trasformazione in esperienza cinematografica. L’idea di base è semplice: varcare una sottile soglia di attenzione e ritrovarsi intrappolati in un luogo che somiglia a un labirinto di stanze anonime. Queste aree sono caratterizzate da ambienti monotoni — moquette gialla, luci al neon e corridoi senza fine — dove il terrore nasce più dall’invisibile che dal visibile. La regia è firmata da Kane Parsons, noto online come Kane Pixels, e il film schiera un cast di alto profilo tra cui Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.
Kane Parsons porta il linguaggio virale sul grande schermo
Parsons arriva al lungometraggio dopo aver costruito online un microcosmo di inquietudine con video a basso budget che puntavano tutto sull’atmosfera e sul ritmo. Sullo schermo la sua competenza visiva resta evidente: le sequenze nelle stanze infinite sono rese con coerenza stilistica e un controllo delle tonalità che amplifica la sensazione di spaesamento. Tuttavia, la transizione dal formato breve al filmico mette in luce una tensione interna tra suggestione pura e la necessità di una struttura narrativa più solida. Il risultato è un’opera che spesso preferisce l’accumulazione sensoriale alla progressione logica, mostrando i punti di forza del regista ma anche le difficoltà di sostenere un’idea così elementare per oltre un’ora e mezza.
Durata e ritmo
La durata del film è indicata in varie schede intorno a 1 ora e 45 minuti (in alcune comunicazioni compare la cifra di 111 minuti), una lunghezza che mette sotto pressione il meccanismo della tensione atmosferica. Quando l’ossatura narrativa non trova sviluppi convincenti, il ritmo tende a rallentare e alcune sequenze si ripetono, con il rischio che lo spettatore percepisca una ripetizione piuttosto che una progressione di inquietudine.
Il cast: talento non sempre sfruttato
La presenza di attori come Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve è uno dei motivi principali dell’aspettativa intorno al film. Entrambi portano sul set una sensibilità intensa e la capacità di donare profondità emotiva ai ruoli, ma il materiale narrativo a disposizione non è sempre all’altezza di quello che possono offrire. I personaggi, pur interpretati con cura, faticano a emergere con la nitidezza necessaria per costruire un coinvolgimento emotivo duraturo, rendendo talvolta le loro scelte meno credibili di quanto potrebbero essere con una sceneggiatura più definita. Accanto a loro ci sono Mark DuplassFinn BennettLukita Maxwell e Avan Jogiaun ensemble sulla carta solido che però non riesce sempre a esprimere il pieno potenziale sullo schermo.
Prove interpreti e messa in scena
Quando la sceneggiatura concede spazio alle emozioni intime, Ejiofor e Reinsve offrono momenti di autenticità che tengono viva l’attenzione. In altri frangenti, però, la mancanza di sviluppi chiari per i personaggi trasforma la prova d’attore in un esercizio di stile: ottima presenza, ma con poche possibilità di evoluzione.
Atmosfera, estetica e limiti della sceneggiatura
Dal punto di vista visivo Backrooms è convincente: la regia sfrutta luci, silenzi e inquadrature per costruire un mondo coerente con il mito web. Il terrore viene spesso suggerito più che mostrato, e molti spettatori apprezzeranno questa scelta che privilegia l’immedesimazione sensoriale. Il limite principale emerge quando il film cerca di trasformare quella stessa atmosfera in una trama articolata. Alcuni buchi narrativi e scelte di sceneggiatura lasciano domande sospese che non sempre si risolvono in modo soddisfacente, con alcune parti centrali che si appiattiscono e sembrano ripetitive.
In definitiva, Backrooms è un progetto che va giudicato per quello che è: una trasposizione ambiziosa di un immaginario digitale che predilige la sensazione sull’intreccio. Per gli appassionati del fenomeno e per chi cerca un’esperienza cinematografica guidata dall’atmosfera può rappresentare una visione interessante; per chi cerca un horror dalla trama robusta e con tutte le maglie chiuse, l’opera potrebbe lasciare qualche riserva.


