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Oggi molte ragazze adolescenti sperimentano una distanza progressiva dallo sport organizzato: a livello globale e in Italia è frequente che la pratica fisica venga interrotta tra i 13 e i 17 anni. Dietro a questa scelta non ci sono quasi mai solo ragioni logistiche: i dati e le testimonianze raccontano che la percezione del corpo, i giudizi esterni e la pressione sociale pesano in modo determinante. Anche atlete conosciute come Jasmine Paolini hanno vissuto momenti in cui commenti sull’aspetto fisico hanno provato la loro tenuta emotiva, ma hanno ritrovato fiducia grazie allo sport.
Una ricerca promossa dal brand Dove, realizzata con il Centre for Appearance Research di Bristol e il Tucker Center di Minneapolis su oltre 3.500 ragazze tra i 9 e i 17 anni in sette Paesi, mette in luce numeri preoccupanti: circa la metà delle adolescenti lascia l’attività sportiva e, tra chi abbandona, due terzi indicano come motivo principale la mancanza di fiducia nel proprio corpo. Questi dati mostrano come l’ambiente sportivo, i commenti e perfino l’abbigliamento possano diventare ostacoli più grandi delle difficoltà tecniche.
Le parole e gli sguardi degli altri incidono profondamente sulla permanenza nello sport: il 49% delle ragazze che hanno smesso riferisce di aver ricevuto critiche sull’aspetto fisico, e quasi la metà si è sentita dire che il proprio corpo non è adatto all’attività sportiva (46% a livello globale, 43% in Italia). Quando il giudizio arriva dai coetanei diventa ancora più difficile resistere: in quasi la metà dei casi le critiche provengono da compagne e compagni. Questo crea un circolo vizioso in cui la perdita della pratica fisica riduce la sensazione di agilità e forza, peggiorando ulteriormente la autostima.
La cultura dei social media amplifica la centralità dell’immagine: like e visualizzazioni premiano spesso l’apparenza più che la competenza sportiva, trasformando l’attività in una sorta di passerella. Come osserva Alessandro Bargnani, psicologo dello sport, quando l’atleta viene valutata per l’aspetto e non per l’impegno, il messaggio implicito è che chi non corrisponde agli standard visivi debba ritirarsi. In questo contesto la body confidence diventa non solo un obiettivo educativo, ma una strategia di prevenzione dell’esclusione.
Abbigliamento, oggettificazione e ambiente di allenamento
Un altro fattore ricorrente è il disagio causato dall’abbigliamento sportivo: per una ragazza su due il vestiario è fonte di imbarazzo perché risulta restrittivo o eccessivamente esposto. Parallelamente, il 46% delle intervistate dichiara di essere stata trattata come un “oggetto” durante l’allenamento (46% globale, 42% in Italia). Queste esperienze spingono molte a uscire dai contesti sportivi, con conseguenze fisiche e psicologiche durature. Per contrastare questo trend serve intervenire sul linguaggio, sulla cultura dello spogliatoio e sulla responsabilità delle figure adulte coinvolte.
Allenatori come educatori
Le ragazze chiedono allenatori che promuovano la body confidence piuttosto che focalizzarsi esclusivamente sulle prestazioni: il 74% desidera tecnici che valorizzino il rapporto positivo con il corpo, mentre il 45% chiede una rappresentazione più positiva delle ragazze nello sport. Francesco Ronchi, professore di educazione fisica, applica regole semplici ma efficaci: niente cellulari in palestra, abbigliamento scelto dalle ragazze e spazi dove ogni commento resta fuori, così da favorire il gioco di gruppo e la serenità. L’obiettivo è creare un ambiente dove la competizione conviva con il rispetto.
Iniziative, reti territoriali e quadro normativo
Per rispondere alle evidenze sono nate iniziative mirate: da settembre nelle scuole primarie e secondarie sarà disponibile il programma Body Confident Sport, ideato da Dove e pensato per docenti di educazione fisica che lavorano con ragazze dagli 11 ai 13 anni. Il percorso, accessibile su una piattaforma digitale, mette al centro l’ascolto del proprio corpo e propone esercizi, tempi e regole studiati per promuovere inclusione e senso di competenza.
Sul fronte organizzativo, la Fondazione Laureus lavora da anni nelle periferie per abbattere stereotipi di genere e rendere lo sport accessibile: presente in Italia dal 2005, ha coinvolto migliaia di giovani con progetti attivi nelle grandi città e in contesti vulnerabili, puntando anche sulla presenza di allenatrici donne come modelli di riferimento. A livello normativo la riforma dello sport del 2026 ha introdotto un obbligo importante: dal 31 dicembre 2026 ogni associazione affiliata al CONI deve nominare un responsabile di safeguarding per la protezione dei minori, proprio per garantire ambienti più sicuri. Nonostante questi passi avanti, restano margini di miglioramento e scarsa chiarezza sull’adozione effettiva di tali figure.
In conclusione, la testimonianza di Jasmine Paolini — che racconta come lo sport l’abbia aiutata a sentirsi più forte e competente — riassume la posta in gioco: andare oltre l’apparenza per restituire al movimento il suo valore di benessere, aggregazione e crescita personale. Per farlo servono adulti formati, ambienti accoglienti, modelli inclusivi e politiche che trasformino le buone intenzioni in pratiche diffuse.

