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La figura pubblica di Vittoria di Savoia si sta definendo lontano dalle forme tradizionali: a 22 anni ha scelto di mettere al centro arte, teatro e formazione, anziché gli stereotipi della nobiltà. Dopo il suo debutto curatoriale insieme a Sarah Douadi per la mostra Il Ratto d’Europa, realizzata con BKV Fine Art in occasione della Milano Art & Design Week 2026, la giovane osserva con pragmatismo il proprio ruolo pubblico e familiare.
La sua quotidianità si svolge tra prove, casting e studi: vive a Londra, frequenta la RADA e si cimenta anche nella scuola di clown. Questa combinazione di impegni professionali e pratiche performative riflette un progetto di vita mirato alla realizzazione professionale più che a convenzioni formali.
Un debutto curatoriale che parla di interessi
Il posizionamento di Vittoria di Savoia nel mondo dell’arte non è improvvisato: curare una mostra come Il Ratto d’Europa vuol dire assumersi responsabilità e visibilità. Per lei la curatela è un modo per combinare passioni diverse —arte, design, narrativa visiva— e per acquisire competenze concrete sul campo. Questo progetto, realizzato con BKV Fine Art, l’ha inserita in un circuito professionale internazionale senza rinunciare alla propria identità.
Il progetto e il contesto
Partecipare alla Milano Art & Design Week 2026 ha offerto alla mostra una piattaforma importante: non si tratta solo di esposizione, ma di interlocuzione con curatori, galleristi e un pubblico critico. Curare significa mediare significati, costruire percorsi espositivi e dialogare con chi produce cultura; per Vittoria è anche un esercizio di autonomia professionale che completa il suo percorso formativo nel teatro e nell’arte.
Immagine pubblica e rifiuto delle etichette
La giovane erede ha preso le distanze dai ruoli classici associati al suo cognome: quando si parla di principessa lei ride dell’idea di indossare una tiara e preferisce definire la sua generazione come donne libere con idee proprie. Il rifiuto della tiara è emblematico: per lei quei simboli appartengono a un immaginario del passato, mentre la sua quotidianità è fatta di allenamenti di boxe, abiti comodi e orari di prova. Questa immagine di una «maschiaccia» — termine che usa con autoironia — contrasta volutamente con la narrazione tradizionale della nobiltà.
Nonostante i commenti e gli stereotipi, Vittoria dice di ignorare gli haters e di trasformare le critiche in energia: lavora, costruisce progetti e lascia che i risultati parlino. Non è molto attiva sui social e preferisce la concretezza delle esperienze reali: casting, lezioni, spettacoli e curatele. Questa scelta di visibilità selettiva è parte di una strategia che privilegia l’autenticità professionale rispetto alla notorietà fine a se stessa.
Storia personale e legami familiari
Il rapporto con la famiglia è descritto come molto aperto: il ruolo di capo della Casa Savoia è portato avanti dal padre, Emanuele Filiberto, mentre lei costruisce il proprio percorso autonomo. Single e concentrata sul lavoro, non immagina figli nel prossimo futuro; dice che la priorità è la carriera. A 17 anni è partita da casa, ha lavorato in un pub-ristorante per pagarsi gli studi di teatro e ha imparato a gestire la propria indipendenza con responsabilità.
Il legame con la madre, Clotilde Courau, e con la sorella minore, Luisa, è fonte di sostegno: la famiglia è vista come un gruppo di donne solide e unite. Luisa, che studia legge a Parigi e ottiene ottimi voti, è descritta come la più razionale; la madre è indicata come la figura femminile più forte che Vittoria conosca. In questo contesto emerge un messaggio chiaro: per lei l’affermazione femminile passa attraverso la solidarietà e la determinazione piuttosto che la competizione interna.

