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Nella mia memoria la stanza d’infanzia è un set di dettagli che tornano come fotogrammi: la finestra sul giardino, il termosifone con un umidificatore rotto, e il tavolo dove ritagliavo e incollavo stemmi e mascotte. Quel foglio A4, sporco di colla, era per me il primo menabò di un lavoro che sarebbe sfociato, anni dopo, nella fanzine Hai mai notato la forma delle mele? È qui che nasce la passione per l’oggetto-simbolo: la mascotte come icona e il pallone come memoria collettiva.
Quel ricordo è anche fatto di regole e colpe imparate presto: in una mattina fredda a scuola, un’istituzione religiosa mi tolse il foglio con un gesto che percepii come un abuso di potere. Fu la prima volta che incontrai la schadenfreude di cui parlerò più tardi: la gioia altrui davanti alla mia perdita. Quel piccolo trauma ha inciso sul modo in cui poi ho guardato il calcio, le sue storie e le sue mascotte, mescolando affetto personale e osservazione critica.
La cronologia delle mascotte come diario di un secolo di Mondiali
Le mascotte non sono solo simpatici gadget: sono specchi di tempi e politiche. Willie (Inghilterra 1966) rimane l’esempio pionieristico, mentre il pallone del 1970, con i suoi esagoni bianchi e neri, fu progettato per la televisione in bianco e nero. Nel 1974 Tip e Tap incarnavano una Germania nella stagione del calcio totale, e nel 1978 Gauchito fu l’emblema di un Mondiale segnato dalla dittatura di Jorge Videla. Queste immagini raccontano molto più delle partite: narrano riabilitazioni nazionali, manipolazioni pubbliche e strategie di immagine.
Dal pallone agli eventi geopolitici
Il rapporto tra pallone e storia è evidente: il Tango del 1978 segna un’era, il salto tecnologico del 2002 con la Fevernova apre il nuovo millennio, e il criticato Jabulani del 2010 mostra come il design impatti il gioco. I mondiali hanno spesso accompagnato momenti politici forti: l’Argentina del 1986 e la mano di Maradona, il Brasile umiliato dal 7-1 del 2014, e il Qatar 2026 con le critiche sul lavoro e i diritti umani. Ogni pallone e ogni mascotte sono piccoli dispositivi di narrazione globale.
Alcuni Mondiali in brevi quadri
Italia 1982 fu il trionfo che unì una nazione, con Naranjito a fare da bizzarra mascotte; Italia 1990 presentò Ciao, figura stilizzata ideata da Lucio Boscardin; USA 1994 ebbe il cane Striker e fu teatro di emozioni tragiche e sportive, tra cui il rigore sbagliato di Roberto Baggio. Francia 1998, con Footix, mostrò la Francia multiculturale e la Croazia rinata dopo la guerra. Giappone-Corea 2002 portò sul palco tre mascotte digitali: Nik, Kaz e Ato, simbolo dell’era tecnologica in espansione e della FIFA in cerca di nuovi mercati.
Dal 2006 al presente: immagini, musica e controversie
Germania 2006 propone Goleo e Pille, mentre il Mondiale italiano resta impresso da un pop e dal coro su Seven Nation Army. Sudafrica 2010 presentò Zakumi e la canzone di Shakira che attraversò radio e confini. La Russia del 2018 con Zabivaka fu un evento sotto lo sguardo di una nazione in ascesa, e il 2026 in Qatar con La’eeb rimane segnato dalle contestazioni per i diritti umani, nonché dalla vittoria di Messi. Il 2026 porta tre mascotte — Maple, Zayu, Clutch — e questioni attuali come la designazione del Pride match Iran-Egitto e polemiche legate alla governance della FIFA.
Memoria personale e lavoro creativo
Queste cronache sportive si intrecciano con la mia traiettoria: nata a Rimini nel 1975, disegnatrice di fumetti e illustratrice pubblicata dal 1999, ho trasformato il gesto infantile del ritaglio in una pratica professionale. Tra i lavori ci sono la fanzine Hai mai notato la forma delle mele?, le graphic novel Io e te su Naboo e Cinquecento milioni di stelle, il fumetto sociale Dalla parte giusta della storia e un reportage a fumetti con la giornalista Elena Basso sul Cile e Allende. Continuo a guardare i Mondiali con la stessa curiosità di bambina, ma con l’occhio critico di chi sa leggere simboli e contesti.
In estate ci ritroveremo a cercare nelle mascotte piccoli agganci all’infanzia e al presente: un gesto semplice, che ci ricorda come i Mondiali scandiscano le nostre vite e rimangano, come scrive Federico Buffa, un calendario emozionale che accompagnerà anche chi verrà dopo di noi.

