Nel 2026 Taus Makhacheva ha portato al Padiglione degli Emirati Arabi Uniti della Biennale di Venezia una proposta che si colloca al confine tra arte, sociologia e teatro. L’opera, intitolata «And What Did You Say?», nasce da una commissione originariamente pensata per la Biennale di Riga del 2018, ma è stata rielaborata per il contesto mediorientale di Venezia. L’artista utilizza l’umorismo e un approccio critico per mettere in discussione la percezione di autenticità culturale, mostrando come immagini, monumenti e paesaggi vengano costantemente riscritti da narrazioni collettive.
Una performance a più voci: coreografia, suono e installazione
La proposta si articola in tre parti distinte – SOURCESPREAD e CORE – che rappresentano rispettivamente la genesi, la diffusione e la digestione del gossip. Tre danzatori – Anna Abalikhina, Rei Kassandra Co e Salvatore De Simone – hanno sviluppato quello che Makhacheva chiama “zig-zag hierarchy”: il ruolo di chi guida il flusso narrativo passa da un performer all’altro, creando un’alternanza dinamica tra autorità e vulnerabilità. La coreografia si basa su gesti che imitano la risposta fisiologica del corpo al pettegolezzo, da un’attivazione dell’amigdala alla successiva espirazione di energia emotiva.
Strumenti scenici come metafore di trasformazione
Tra gli oggetti di scena spiccano una serie di forbici appartenute ad una divinità immaginaria del gossip, una catena di fagioli azuki ispirata al mito giapponese di Azukiarai e un tubo distorto, ricordante il “Lord’s Ear” dei castelli scozzesi. Le forbici, un tempo arma di persecuzione verbale, sono state reinterpretate come simboli di protezione e di capacità di ricomporre narrazioni. La catena di fagioli, con il suo suono frusciante, diventa una corda che può sia legare sia sostenere, mentre il tubo permette al pubblico di ascoltare e contemporaneamente di distorcersi, suggerendo che la verità è sempre filtrata da chi ascolta.
Il gossip come materiale artistico e fenomeno sociale
Secondo Makhacheva, il gossip possiede una doppia valenza: può creare spazi di sicurezza avvertendo su comportamenti tossici, ma può altresì diffondere menzogne che distruggono reputazioni. Nella sua performance, il personaggio centrale impara a “metabolizzare” il pettegolezzo, ossia a trasformare l’energia emotiva in una forma generativa. Questo processo si traduce in una serie di movimenti che passano dalla paralisi – il famoso “freeze response” – alla libera espressione corporea, suggerendo che l’artista vuole rendere visibile il meccanismo interno con cui le parole si trasformano in sensazioni corporee.
Dal contesto geopolitico alle emozioni individuali
L’interesse di Makhacheva per la memoria e per le “lenti” con cui osserviamo il mondo si riflette nella possibilità di indossare metaforicamente gli “occhiali” di qualcun altro. In un’epoca di iper-connessione, dove i confini tra linguaggio formale e informale si dissolvono, l’artista propone una lettura critica del modo in cui le narrazioni si propagano. Attraverso la performance, il pubblico è invitato a percepire il pettegolezzo non solo come rumore di fondo, ma come una forza attiva capace di plasmare identità e relazioni.
Prospettive future e impatto sul panorama artistico
Il lavoro con gli Emirati ha arricchito il percorso di Makhacheva, facendo emergere nuove linee di ricerca legate alla paura, alla rabbia e alla liminalità. Tra i progetti futuri segnala un libro sulle strutture narrative degli artisti e una installazione per il Tselinny Art Center in Kazakistan, concepita come monumento alla “liminalità” in continua assemblazione e disassemblaggio. L’artista sottolinea che l’introduzione di corpi e instabilità all’interno di istituzioni apparentemente solide rappresenta un “disordine produttivo” capace di far “oscillare” i confini tradizionali, in un gesto che richiama la preparazione di una gelatina che “wobble” prima di prendere forma.
L’opera non solo arricchisce il programma della Biennale di Venezia ma propone anche una riflessione più ampia su come le narrazioni collettive influenzino la percezione dell’autenticità culturale, invitando il pubblico a partecipare attivamente al processo di riscrittura.



