Salta al contenuto
10 Giugno 2026

Crescere con le bambole: un racconto di coming out e Pride

Un racconto sincero su infanzia in provincia, dubbi interiori e il percorso verso il coming out, con l’esperienza di un primo Pride vissuto a 35 anni

Crescere con le bambole: un racconto di coming out e Pride

Da un piccolo paese di provincia alla città, la storia che segue ripercorre il viaggio emotivo di un uomo che da bambino amava giocare con le bambole e, con gli anni, ha imparato a dichiarare la propria identità. Questo testo esplora i momenti chiave: le reazioni familiari, le paure interiori, il coming out rivolto ad amici e parenti prima della pandemia e la prima esperienza significativa al Pride.

Infanzia in provincia e prime reazioni negli Anni ’90

Nato e cresciuto in una realtà provinciale negli Anni ’90il protagonista giocava indifferentemente con bambole e macchinine. A casa i genitori non festeggiavano quella preferenza, mentre i nonni lo viziarono. Un episodio marcante avvenne all’asilo, quando le educatrici chiamarono la madre dicendo: “Se non gli levate le Barbie, diventerà omosessuale da grande“. Da quel momento le bambole sparirono dall’ambiente scolastico, ma il bambino continuò a giocare con amiche e cugine, spesso lontano dagli sguardi giudicanti. In questa fase affiorava già una doppia consapevolezza: da un lato l’attrazione verso persone di entrambi i sessi, dall’altro la voce interiore che suggeriva: “Meglio che te ne stai zitto“.

Il sentirsi diverso si manifestava anche nelle scelte quotidiane: non partecipava ai giochi di gruppo come il calcio, preferiva il pianoforte e nutriva il desiderio di diventare una popstar piuttosto che un operaio o un artigiano. Allo stesso tempo, non trovava riscontri nei modelli televisivi o letterari dell’epoca, dove omosessuali e bisessuali erano praticamente assenti. Le prese in giro che subì furono di scarsa entità: non il bullismo estremo, ma commenti che spesso cercava di smorzare con orgoglio o autoironia: “È come quando mi dicono che ho gli occhi azzurri. È un dato di fatto“.

Primi amori, fuga in città e la confessione alla nonna

Con l’età arriva la città e, con essa, il primo fidanzato e la convivenza segreta. Vivere nascosti comportava una logistica complessa e un senso costante di cautela: nessuno chiedeva, ma il silenzio pesava. Un giorno, però, la nonna, nata nel 1932affrontò la questione con schiettezza: “Sei fidanzato con lui?“. Dopo un attimo di silenzio la risposta fu: “Tutto sommato sì“. La reazione della nonna fu sorprendentemente pacata: “Sembra un bravo ragazzo, ma secondo me ti annoierà: non è adatto a te“. Quella battuta rimase nel tempo: la nonna avrebbe evitato di tornarci sopra per anni, lasciando forse intendere un mix di protezione e imbarazzo.

Passarono gli anni: il ragazzo divenne un uomo di 27 anni, poi 32, e alla fine decise di smettere di rimandare. Nella calda estate prima della pandemia, in dieci giorni esatti, annunciò la propria identità a tutte le persone importanti della sua vita. I momenti più difficili furono gli incontri con la famiglia e certi amici eterosessuali: alcune reazioni toccarono in profondità, come quando qualcuno disse di sentirsi tradito perché “gli anni che abbiamo condiviso erano basati su un’omissione”. Un altro dubbò chiese se fosse “uno dei tuoi tanti capricci momentanei”. Il protagonista rispose a quei colpi con una punta di rabbia, pensando anche alla realtà biologica: la possibilità ridotta di avere figli.

Libertà dopo il coming out

Dopo quelle conversazioni difficili arrivò la sensazione di libertà: poter parlare con amici e amiche senza filtri, non essere limitato da silenzi pregati o omissioni. Il protagonista si rimproverò di non averlo fatto prima: “Avrei dovuto farlo minimo 15 anni fa“. Il senso di sollievo fu netto; la quotidianità cambiò: alcune relazioni si sgretolarono, altre si rinsaldarono.

Il primo Pride e la scoperta di nuove presenze

Per anni aveva evitato il Pride, sentendosi poco rappresentato dalle immagini diffuse dai media: “Non mi rappresentano“. Un amico eterosessuale, dopo il coming out, gli propose: “Andiamo al Pride? Lo scorso anno ci ho portato il mio bambino. È stato bello“. Lui rispose con ironia: “Ma no, non è il mio. Fa caldo. E poi, perché dovrei essere orgoglioso delle persone con cui vado a letto? Ho un pessimo gusto“. Eppure, in un sabato annunciato con temperature di 38 gradi, alla fine accettò di partecipare.

La sorpresa fu grande: tra la folla c’era un numero significativo di persone eterosessuali, molte famiglie e bambini con occhialetti e palloncini arcobaleno. La parata somigliava a una fusione tra un carnevale, una discoteca all’aperto e un comizio sui diritti, con momenti di spettacolo e discorsi pubblici. Quella serata segnò una svolta: uscì tra gli ultimi dalla piazza e da allora, anno dopo anno, non mancò più all’appuntamento, curioso di osservare come famiglie “tradizionali” e amici etero si mescolassero alla festa.

Questo racconto è la testimonianza personale di chi un tempo temeva il giudizio, ma oggi partecipa con orgoglio a una comunione collettiva: un percorso lungo che attraversa gli Anni ’90le paure familiari e il gesto finalmente liberatorio del dire la verità.

Autore

Camilla Fiore

Camilla Fiore, da Verona, annotò la prima review dopo aver testato un siero durante la Fiera della Cosmesi: quell’articolo cambiò la linea editoriale dedicata alla prova prodotto. Propone rubriche con taglio rigoroso e porta in redazione la precisione di chi colleziona vecchi campionari.