Nel panorama enogastronomico italiano, una rivista ha saputo distinguersi per la sua capacità di raccontare il mondo della ristorazione con autorevolezza e passione. Stiamo parlando di Italia a Tavolache nel 2026 festeggia i suoi primi 40 anni di attività.
Fondata da Alberto Lupiniun giornalista bergamasco con una grande passione per il cibo e il vino, la rivista è diventata un punto di riferimento per gli operatori del settore Ho.re.ca (hotellerie-restaurant-café).
Dai primi passi alla rivoluzione digitale
L’idea di creare una rivista dedicata alla ristorazione nacque quasi per caso nel 1986. Lupini, all’epoca giornalista di economia, venne incaricato di seguire il bollettino di un’associazione di cuochi. Fu in quell’occasione che lui e un collega decisero di creare qualcosa di nuovo, che in Italia ancora non esisteva.
“Un po’ per caso”, racconta Lupini. “Lavoravo come giornalista di economia, ma avevo una grande passione per la ristorazione e il vino. Mi era stato chiesto di seguire insieme a un collega il bollettino di un’associazione di cuochi. Lì ci è venuto lo spunto per fare una cosa nostra, che in Italia ancora non esisteva.”
La rivista, nata con l’obiettivo di garantire un aggiornamento professionale a tutti gli operatori del settore, ha saputo evolversi nel tempo, diventando un punto di riferimento anche per il grande pubblico.
Il Covid e la svolta digitale
Il Covid ha rappresentato uno spartiacque per Italia a Tavola. “Eravamo destinati a chiudere”, ammette Lupini. “Ma abbiamo continuato facendo da ponte con le associazioni di categoria, le regioni, il governo.”
Fu in quel periodo che la rivista si rese conto di essere letta anche da “persone comuni”. Per distinguersi, Italia a Tavola sviluppò l’area del turismo enogastronomico, sempre in un’ottica professionale. Così nacque la testata online Check in.
“Noi non mostravamo come fare il pane in casa o gli hobby dei cuochi”, spiega Lupini. “Abbiamo capito che dovevamo distinguerci e sviluppare l’area del turismo enogastronomico, sempre in un’ottica professionale.”
I social e la perdita del valore del piatto
Oggi, i social media giocano un ruolo fondamentale nel mondo della ristorazione. Ma secondo Lupini, c’è un rovescio della medaglia. “Sempre nell’ottica di voler essere innovativi, siamo stati tra i primi a usarli nell’enogastronomia”, afferma.
“Tutti vogliono fare cose instagrammabili, recensioni, commenti, ma s’è perso il valore del piatto, della cucina, dello stare a tavola. Si pensa più a fotografare il piatto che a gustarlo.”
Lupini critica anche l’impatto dei reality show come MasterChefche secondo lui hanno “deformato” il modo di vedere la ristorazione. “Quella per me non è cucina e ha deformato il modo di vedere la ristorazione, esasperando la necessità di stupire il cliente mettendo un petalo da una parte del piatto piuttosto che dall’altra invece di curarsi della pietanza.”
“C’è stato un exploit nelle scuole alberghiere di cui ora stiamo vedendo il reflusso”, aggiunge. “I giovani rimangono delusi e non vogliono più fare questo lavoro perché sbattono la faccia sulla realtà.”
Esempi positivi e il futuro della ristorazione
Nonostante le critiche, Lupini riconosce che ci sono anche esempi positivi. “Non faccio nomi perché ce ne sono tantissimi”, dice. “Ma Da Vittorio è un modello irripetibile. Ha avuto un effetto trascinandosi dietro tanti altri ristoranti.”
“Anche a Bergamo iniziano a esserci locali solo per turisti, soprattutto in Città Alta”, aggiunge. “Ma sia in città sia in provincia credo il sistema funzioni molto bene.”
Guardando al futuro, Lupini è consapevole delle sfide che attendono il mondo della ristorazione. “In Italia ci sono troppi ristoranti e sono in molti a voler fare questo lavoro senza riuscire a reggere, soprattutto nella fascia media”, conclude. “E intanto ci sono le formule fun dining e i fast food che sgomitano e salgono di qualità ottenendo consensi.”

