Quasi venti anni dopo l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, Amanda Knox è di nuovo sotto i riflettori. Domenica, nello studio di Verissimo la giornalista Silvia Toffanin ha condotto un’intervista esclusiva nella quale la protagonista del caso ha affrontato le più recenti critiche legate al suo spettacolo di stand-up comedy “Cartwheel”. Per la prima volta l’ospite è stata accompagnata dal marito Christopher Robinson e dai piccoli Eureka ed Echo, offrendo al pubblico una visione più intima della donna al di là dei tribunali.
Il dialogo è partito dalle osservazioni della famiglia Kercher, che ha definito il modo in cui la vicenda è stata trattata sul palcoscenico come una ferita aggiuntiva. Amanda ha risposto con fermezza, ribadendo che “non faccio ironia su un omicidio” e sottolineando che il suo intento non è banalizzare la violenza contro le donne ma tenere viva la memoria della vittima. Il suo discorso ha ribadito che ogni menzione di quella notte inevitabilmente riporta alla mente anche la figura di Rudy Guede condannato definitivamente per l’omicidio e la violenza sessuale di Meredith.
Cartwheel: perché la famiglia di Meredith si sente ferita
Lo spettacolo, intitolato “Cartwheel”, è una narrazione personale in cui Knox ricostruisce gli ultimi mesi della sua vita prima e dopo la condanna. La famiglia di Meredith ha espresso disappunto, sostenendo che la rappresentazione teatrale riapre una ferita ancora fresca. Knox ha replicato che la loro rabbia è comprensibile, «perché hanno perso una figlia e una sorella nel modo più atroce», ma ha aggiunto che loro si sentono feriti dalla persona sbagliata. La regista ha infatti imputato alla società una forma di misoginia che ha portato sia alla morte della giovane britannica sia all’incarcerazione di due persone innocenti, Knox e Raffaele Sollecito.
Nel corso della chiacchierata, la giornalista ha sottolineato che la sua narrazione non intende normalizzare la violenza, ma anzi mettere in luce il fatto che il nome di Guede è poco ricordato, nonostante la gravità del crimine. «La dimenticanza del nome dell’assassino è una tragedia», ha affermato, invitando a una riflessione più ampia sul rispetto della memoria delle vittime.
Relazioni e scuse: Sollecito, Lumumba e la famiglia di Knox
Il legame con Raffaele Sollecito
Un altro capitolo della conversazione è stato dedicato al rapporto ancora esistente con Raffaele Sollecito. Nonostante gli anni trascorsi, Knox ha dichiarato che i due “ci vogliamo ancora bene” e ha ricordato un viaggio a Gubbio programmato per il mattino successivo al delitto, completato solo recentemente. Durante quel tragitto, Sollecito ha spinto il passeggino della figlia di Knox, mentre un artista di strada chiedeva se la bambina fosse sua. L’interazione ha generato una riflessione su come le loro vite avrebbero potuto prendere strade diverse, ma hanno scelto di percorrerne una insieme.
Le scuse a Patrick Lumumba
Knox ha anche parlato dell’uomo a cui aveva attribuito, durante gli interrogatori, un ruolo nella vicenda: Patrick Lumumba proprietario di un locale peruviano a Perugia. L’artista ha riconosciuto che Lumumba è stato ingiustamente incarcerato, ha perso il suo locale e la reputazione. «Ho chiesto scusa a Patrick, ma le mie scuse non bastano», ha ammesso, rimarcando che la sua colpa è stata riconosciuta in un processo di calunnia.
Il supporto del marito e la presenza dei figli
Accanto a lei, Christopher Robinson ha offerto una visione più intima della donna al di fuori delle cronache giudiziarie. Il marito ha definito Amanda “la persona più coraggiosa” che conosce, sottolineando come la sua quotidiana resilienza lo ispiri a diventare una versione migliore di sé. La presenza di Eureka ed Echo nello studio ha aggiunto un tocco di normalità, mostrando una madre che vive una vita familiare pur continuando a gestire il peso del passato.



