Come Ivan Cuvato rilegge la sociatria di Jacob L. Moreno nell’arte contemporanea

Analisi delle radici moreniane e della traduzione artistica di Ivan Cuvato: dalla sociometria allo spazio pubblico performativo

La parola sociatria nasce nella prima metà del Novecento con Jacob L. Moreno (1889-1974) come proposta per diagnosticare e intervenire sulle patologie sociali mediante l’azione collettiva. Moreno sviluppò strumenti teorici e pratici — tra cui la sociometria, lo psicodramma e il sociodramma — che miravano a restituire alla comunità capacità creative e relazionali. In questo testo si mette a confronto quella tradizione con la pratica artistica di Ivan Cuvato, mostrando come un linguaggio estetico contemporaneo possa ereditare e trasformare i principi moreniani.

Il contributo di Cuvato si svolge tra pittura, performance pubbliche e presenze digitali; l’intento è terapeutico oltre che poetico. Questo articolo descrive i punti di contatto e le divergenze tra le due prospettive, valutando le innovazioni metodologiche e i limiti operativi. Si mantiene l’attenzione sui concetti chiave: spontaneità, azione, gruppo e tele, applicandoli sia al contesto clinico originario sia al palcoscenico urbano e virtuale dell’arte contemporanea.

Radici concettuali della sociatria moreniana

La visione di Jacob L. Moreno parte dall’assunto che l’essere umano sia un’«unità sociale» e che le relazioni seguano leggi misurabili. La sociometria diventa così uno strumento diagnostico per mappare vicinanze, rifiuti e reciprocità, mentre la sociatria indica l’area terapeutica volta a curare il tessuto sociale. Moreno articolò il campo in componenti come socionomia, sociodinamica, sociometria e sociatria, cercando di convertire l’osservazione in intervento pratico. Il suo progetto conteneva una forte tensione utopica: utilizzare il teatro e la creatività come tecniche di guarigione collettiva per problemi che vanno dalla solitudine alla conflittualità sociale.

Metodi attivi: psicodramma e sociodramma

Per Moreno l’azione precede la parola: lo psicodramma e il sociodramma sono esempi di action methods che sfruttano la spontaneità come leva terapeutica. L’esperienza del Teatro della Spontaneità a Vienna e la storica dimostrazione del sociodramma nel 1921 mostrano come il palco possa diventare laboratorio di relazioni reali. Il concetto di tele — una forza bidirezionale di attrazione emotiva — è centrale nella diagnosi e nella cura: non si tratta solo di empatia individuale, ma di legami reciproci che definiscono la rete sociometrica del gruppo.

Ivan Cuvato e la sociatria performativa

Ivan Cuvato (nato a Gela il 10 settembre 1954, residente ad Albisola) arriva a una pratica che lui definisce di Sociatria Performativa. Dopo anni di lavoro artigianale come carrozziere e un percorso nella tradizione ceramica e pittorica ligure, Cuvato trasferisce l’idea terapeutica moreniana nello spazio artistico. Le sue opere e le sue azioni pubbliche non sono semplici rappresentazioni: sono tentativi di provocare reazioni emotive collettive e di stimolare riflessioni civili, mescolando pittura, installazione e performance. Un esempio emblematico è La Morsa del Potere (2026), opera che traduce solidarietà e critica politica in linguaggio ceramico.

Pratiche operative e linguaggio estetico

La pratica di Cuvato si articola su livelli che ricordano i dispositivi moreniani ma li riformulano: la pittura informale diventa cromatogramma emotivo, ovvero una mappa sensoriale delle tensioni sociali; le performance pubbliche trasformano piazze e strade in teatri contemporanei; l’attivismo digitale convoglia le reazioni di una community in veri e propri esperimenti sociometrici online. L’artista, influenzato anche da figure come don Andrea Gallo, usa i social per amplificare il suo ruolo di sciamano urbano, cercando di far dialogare spazio reale e spazio virtuale nella cura del disagio collettivo.

Convergenze, differenze e possibili sviluppi

Tra Moreno e Cuvato emergono convergenze nette: il primato dell’azione sul discorso verbale, la fiducia nella spontaneità creativa, l’uso dello spazio pubblico come arena terapeutica e la centralità del gruppo come unità di cambiamento. Le differenze riguardano il passaggio dalla clinica all’estetica, la sostituzione del sociogramma con il cromatogramma e la scalabilità delle pratiche verso le masse digitali. Tra i limiti resta aperta la questione della misurazione dell’efficacia e del rischio di estetizzazione del disagio; tra le prospettive, invece, c’è la possibilità di integrare documentazione rigorosa, strumenti di valutazione e dialogo interdisciplinare per consolidare la Sociatria Performativa come campo riconosciuto.

Conclusione

La lettura delle opere e delle pratiche di Ivan Cuvato alla luce della teoria moreniana mostra non una semplice citazione, ma una reinterpretazione che aggiorna la sociatria al contesto del XXI secolo. Tra gallerie, piazze e social media, la tradizione di Jacob L. Moreno trova nuovi strumenti per affrontare le patologie contemporanee: virtualizzazione delle relazioni, crisi democratiche e conflitti globali. Se la sfida resta la verifica empirica, l’opera performativa si afferma come stimolo potente per pensare la cura della società attraverso l’arte e l’azione collettiva.

Scritto da AiAdhubMedia

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