In Italia esiste un diritto che lo Stato riconosce a tutti ma garantisce a pochi. Non è un divieto esplicito, ma un silenzio amministrativo che lascia cadere questo diritto fondamentale. Questo silenzio non è casuale, ma strutturale, e merita di essere esaminato per comprendere le sue implicazioni.
Il diritto alla sepoltura è scritto nella Costituzione, ma la sua applicazione pratica è lasciata alla buona volontà delle amministrazioni locali. Questo crea una situazione in cui il diritto è pieno di principi ma vuoto di garanzie concrete. La pienezza del principio e l’assenza di garanzia non si correggono a vicenda, ma convivono per costruzione.
La geografia del diritto alla sepoltura
Il confine tra due comuni può diventare una linea di demarcazione tra chi ha diritto a una sepoltura dignitosa e chi no. Le famiglie spesso devono caricare i propri cari e cercarli in altri comuni dove un posto esiste. Questa geografia del diritto mostra come la sepoltura possa essere accesa da una parte del confine e spenta dall’altra.
Il problema non sta in un comune o nell’altro, ma nella struttura che li tiene insieme. A questo livello, non si vede una macchia su una mappa, ma una forma. La garanzia di un diritto significa che qualcuno è tenuto a renderlo effettivo e a risponderne se non lo fa. Invece, il diritto alla sepoltura è spesso dichiarato con cura ma affidato alla buona volontà di chi dovrebbe attuarlo.
La diseguaglianza semiotica nei cimiteri
Oltre ai danni economici, come i costi del viaggio e della sepoltura, esiste un danno più sottile che non si misura in metri quadri o in stanziamenti. Questo danno è semiotico, riguarda i segni e i simboli che il cimitero comunica. La disposizione degli spazi, l’assegnazione dei posti e la grammatica con cui si separa chi sta dentro da chi sta soltanto accanto, dicono molto su chi è di casa e chi è un ospite tollerato.
Un esempio è il piano regolatore cimiteriale che chiama una sezione semplicemente ‘il cimitero’ e un’altra ‘reparto per il culto acattolico’. Le due diciture non descrivono solo due spazi, ma fissano un centro e un margine. La prima non porta aggettivi perché è la norma; la seconda li porta tutti perché è l’eccezione. Questo crea una diseguaglianza semiotica che ha un impatto profondo sulla percezione di appartenenza.
Cittadinanza e appartenenza: due concetti distinti
La cittadinanza è lo statuto formale che garantisce diritti a tutti coloro che si trovano in un luogo. L’appartenenza, invece, è il riconoscimento sostanziale di far parte di una comunità. Un sistema può riconoscere la cittadinanza con la massima scrupolosità giuridica e, nello stesso gesto, negare l’appartenenza. Questo è ciò che accade nei cimiteri con i reparti speciali per le confessioni diverse.
Il reparto speciale include separando, dà il posto e con lo stesso atto lo marchia come posto a parte. Concede la cittadinanza del luogo ma segnala, nella sua stessa denominazione, che l’appartenenza è altrove. Questo crea una frattura tra cittadinanza e appartenenza che ha implicazioni profonde sulla percezione di inclusione e esclusione.
Il cimitero diventa così un banco di prova della capacità di una comunità di riconoscere come propri anche coloro che non hanno più alcun modo di reclamarlo. I morti sono il caso estremo di una classe di persone che, pur avendo diritti, non hanno il potere di reclamarli. Un sistema che li riconosce solo quando qualcuno ha la forza di farsi sentire non è una giustizia che ogni tanto inciampa, ma una giustizia che ha fatto della reciprocità la condizione del diritto.



