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In un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche e dall’incertezza legata all’amministrazione Usa di Donald Trump, in Cina è tornata al centro del dibattito pubblico la dimensione e la composizione delle riserve valutarie. Non si tratta tanto di una vendita improvvisa dei titoli in dollari, quanto di capire se il paese può abbandonare il modello che per anni ha accumulato grandi masse di valuta estera come polizza di stabilità mentre cerca di far crescere l’uso internazionale dello yuan.
Gli indicatori di riferimento illustrano questo equilibrio delicato: le riserve ufficiali cinesi sono risalite a 3.427,8 miliardi di dollari alla fine di febbraio secondo la State Administration of Foreign Exchange, mentre l’esposizione verso i Treasury rimane molto inferiore ai picchi del passato, attestandosi sui 694,4 miliardi di dollari a gennaio. Questi numeri spiegano perché Pechino preferisca una strategia cauta: grande liquidità offerta dal mercato dei Treasury resta utile, ma la Cina vuole anche diversificare per ridurre i rischi geopolitici e di concentrazione.
Perché ridurre gradualmente le esposizioni in dollari
Dal punto di vista teorico e pratico, mantenere riserve smisurate comporta costi crescenti. Una quota significativa è allocata in titoli sovrani esteri a basso rendimento, che immobilizzano capitale e sottraggono risorse all’economia interna. Per i sostenitori di un riequilibrio, ridurre questa dipendenza significa anche smettere di sterilizzare flussi che creano distorsioni monetarie e limitano la disponibilità di risparmio per investimenti in consumi, tecnologia e servizi finanziari avanzati.
Il ruolo dell’oro
Un elemento chiave della strategia è l’aumento delle riserve auree: la People’s Bank of China ha incrementato le scorte fino a 2.309 tonnellate a febbraio, secondo il World Gold Council. L’oro è visto non solo come asset finanziario ma anche come strumento di autonomia: non dipende da emittenti sovrani esteri e limita l’esposizione al rischio di sanzioni, veicolando al tempo stesso un messaggio politico su una maggiore indipendenza monetaria.
La gradualità: una scelta tecnica e politica
Il processo che molti esperti descrivono come de-dollarizzazione di fatto è più una diversificazione prudente che una rottura. I Treasury restano una componente essenziale delle riserve perché garantiscono capacità di assorbire grandi flussi con liquidità elevata, una caratteristica difficile da sostituire rapidamente. Inoltre la Cina conserva ancora strumenti di controllo sul conto capitale e gestisce il cambio con attenzione, considerando la stabilità dello yuan una priorità politica oltre che economica.
Dati globali e limiti pratici
Secondo elaborazioni citate da Reuters sui dati FMI, il dollaro continua a costituire oltre la metà delle riserve ufficiali mondiali, mentre lo yuan rappresenta ancora circa il 2%. Questo squilibrio segnala che, pur aumentando l’uso internazionale del renminbi, Pechino non può in breve tempo sostituire le funzioni di sicurezza, liquidità e accumulo che il dollaro offre al sistema globale.
Costruire infrastrutture per lo yuan
Il discorso sulle riserve si accompagna a mosse operative: nel nuovo piano quinquennale Pechino punta all’internazionalizzazione dello yuan e allo sviluppo di un sistema transfrontaliero di pagamenti in renminbi più autonomo e controllabile. Reuters ha inoltre segnalato che la rete bancaria per l’uso del e-CNY si amplia e che le transazioni con la moneta digitale avevano raggiunto i 16.700 miliardi di yuan a novembre 2026, creando le condizioni per una maggiore circolazione oltre i confini nazionali.
Verso un portafoglio di riserva più bilanciato
In definitiva la strategia cinese sembra mirare a un mix: meno dipendenza da attività in dollari, più oro, più strumenti di pagamento propri e una rete di mercati offshore in renminbi. Non è una dichiarazione di autosufficienza totale, ma piuttosto la consapevolezza che per rendere lo yuan davvero internazionale servono sia cambiamenti nelle riserve sia investimenti in infrastrutture finanziarie e normative.
Il messaggio che emerge è chiaro: Pechino non annuncia un taglio netto dei legami con il dollaro, ma avvia un percorso di riassetto pensato per accompagnare, nel tempo, la crescita internazionale dello yuan senza esporre l’economia a shock immediati.

