Una discussione che sembra banale — come chiamare il quaderno dove annotare le letture — spesso scatena accese conversazioni tra lettrici, lettori e operatori culturali. C’è chi preferisce l’anglicismo reading journal e chi opta per l’espressione italiana diario di lettura: non è solo una questione di nomenclatura, ma di abitudini, contesti e modo di intendere la pratica della lettura.
Separare il nome dal contenuto aiuta a fare chiarezza: il termine che scegliamo racconta qualcosa di noi, ma non determina il valore dello strumento. Reading journal viene scelto soprattutto da chi guarda a formati internazionali e a schemi più strutturati; diario di lettura rimane la voce naturale per chi ama annotare pensieri, citazioni e svolgere una riflessione più intima. L’obiettivo qui è mostrare come quel quaderno — qualunque sia il nome — possa diventare uno strumento concreto per organizzare informazioni, tracciare progressi e conservare impressioni.
Termini e immaginari
Le parole evocano pratiche. Per molti, il reading journal richiama liste, sfide, tabelle e metriche che si aggiornano con regolarità. Il diario di lettura, invece, richiama pagine piene di frasi sottolineate, appunti lunghi e connessioni personali. Nessuno dei due approcci è migliore in assoluto: uno tende alla sintesi e al confronto, l’altro alla profondità e alla memoria personale.
Quando scegliete il formato pensate a cosa volete ottenere: contare il tempo speso a leggere, annotare temi ricorrenti, o lasciar emergere suggestioni e frammenti di pensiero. Un registro coerente facilita il confronto tra titoli e autori e rende più semplice ritrovare idee utili. Allo stesso modo, definire poche categorie fisse e un sistema di segnalazione rapido per ogni libro aiuta a non perdere informazioni preziose nel tempo.
Evitate però di trasformare la registrazione in una performance. Se la lettura diventa solo una collezione di badge o numeri da esibire, si rischia di perdere il piacere e la profondità dell’esperienza. Un buon quaderno dovrebbe aiutare a capire e a ricordare, non a misurare la propria identità secondo criteri esterni.
Come bilanciare struttura ed emozione
Una soluzione pratica è combinare spazi liberi per le impressioni con colonne fisse per dati comparabili: titolo, autore, data, parole chiave. Così si conserva il valore emotivo del diario senza rinunciare a elementi che facilitano il recupero delle informazioni. La revisione periodica — per esempio ogni tre mesi — aiuta a rimettere ordine, selezionare le letture più importanti e aggiornare priorità e curiosità.
C’è una componente culturale dietro le scelte di registrazione. Chi predilige formati sintetici tende a misurare e condividere; chi ama la scrittura lenta privilegia la trama personale del pensiero, con annotazioni estese e connessioni interpretative. Entrambi i modi offrono vantaggi diversi: uno sostiene il monitoraggio e la comparazione, l’altro favorisce approfondimento e memoria critica. La scelta dovrebbe rispecchiare le vostre esigenze di apprendimento e le abitudini quotidiane.
Consigli pratici per costruire il tuo quaderno
– Definite poche regole semplici e mantenetele: una intestazione minima con titolo, autore e data rende tutto più ricercabile.
– Tenete brevi note di impressione e qualche parola chiave per riepiloghi rapidi.
– Se volete più struttura, fissate sezioni come citazioni, impressioni e valutazione personale.
– Se preferite la creatività, inserite disegni, collage o grafici per rendere visive le informazioni.
– Stabilite una cadenza di revisione: aiuta a mantenere il quaderno vivo e utile.
Non serve complicare: la semplicità favorisce la continuità. Un formato troppo elaborato aumenta il rischio di abbandono; pagine facili da compilare, invece, fanno sì che il quaderno resti un compagno di lettura nel tempo.
Un ultimo pensiero
Che lo chiamiate reading journal, diario di lettura o semplicemente quaderno delle cose da non dimenticare, ciò che conta è la funzione che gli date. Deve essere uno spazio che vi restituisce piacere e senso, che facilita il recupero dei momenti di lettura senza trasformarli in un compito. La continuità e la chiarezza d’uso sono quello che davvero trasforma un taccuino in una risorsa personale e duratura.

