Perché il dibattito sulla generazione e responsabilità è sbagliato

Diciamoci la verità: il conflitto generazionale è spesso una farsa retorica. Un'analisi tagliente che smonta mitologie e offre alternative concrete

Diciamoci la verità: il dibattito che mette una generazione contro l’altra — i giovani contro i boomer, i millennials accusati di disimpegno, o i quarantenni bollati come la causa di ogni male — è comodo, rumoroso e soprattutto inutile. Il re è nudo, e ve lo dico io: attribuire responsabilità politiche, economiche e morali in blocco a un segmento anagrafico serve più a scaricare frustrazioni che a risolvere problemi concreti. So che non è popolare dirlo, ma la realtà è meno politically correct: le colpe vere sono spesso nascoste dentro istituzioni, incentivi sbagliati e scelte di élite, non nelle abitudini di consumo di una generazione.

Perché la narrativa generazionale è una scorciatoia per non cambiare il sistema

Il primo punto da smontare è semplice e implacabile: la narrativa generazionale è una scorciatoia retorica. Invece di affrontare problemi strutturali come il mercato del lavoro, il sistema fiscale, la politica delle abitazioni e l’istruzione, molti trovano più semplice colpevolizzare un gruppo umano identificabile: i giovani che non comprano casa, i boomers che hanno accumulato ricchezza, i professionisti che non vogliono rinunciare a benefit consolidati. È un alibi politico e sociale. Quando si lascia che il dibattito pubblico si concentri su etichette generazionali, si delegittima il confronto sulle vere leve del cambiamento — legge, regolazione, investimenti pubblici e politiche fiscali.

Guardiamo la dinamica: le narrazioni generazionali funzionano perché sono semplici e facilmente condivisibili. Un titolo che punta il dito genera click, discussioni accese e, spesso, un senso di vendetta morale che non produce politiche. Non è un caso che nei talk show e nei social le generalizzazioni regnino sovrane: semplificare è economico. Ma la politica non può basarsi sull’economia dell’attenzione. Se vogliamo cambiare la distribuzione della ricchezza, le opportunità abitative o la sostenibilità del welfare, bisogna parlare di istituzioni, incentivi fiscali, regolazioni sui mercati e investimenti in infrastrutture e formazione. Colpevolizzare la generazione non abbasserà i prezzi degli immobili né creerà posti di lavoro migliori.

So che non è popolare dirlo, ma la responsabilità collettiva spesso viene nascosta dietro le colpe individuali. È più comodo dire “i giovani non si impegnano” piuttosto che riconoscere che i contratti frammentati, l’automazione, la precarietà e la mancanza di politiche abitative hanno distorto il mercato del lavoro e immobiliare. La verità è che la responsabilità è distribuita: tra governi che hanno favorito rendite, imprese che hanno esternalizzato costi, istituzioni finanziarie che hanno reso il credito uno strumento di speculazione e diritti contrattuali indeboliti. E mentre si polemizza sulle generazioni, quelle stesse élite continuano a modellare il perimetro delle possibilità.

Fatti scomodi e numeri che il dibattito evita

Il secondo punto è fatto di numeri che servono più alla diagnosi che all’idea preconfezionata di colpa generazionale. Non userò date inventate né statistiche senza contesto; piuttosto, sottolineo fenomeni ampiamente documentati e riconosciuti: la crescita della precarietà lavorativa, l’aumento della concentrazione della ricchezza, la stagnazione dei salari reali per molti segmenti della popolazione e l’espansione del mercato immobiliare come asset speculativo. Questi fenomeni sono il risultato di scelte politiche e di mercato, non dell’atteggiamento di una fascia d’età.

Per esempio, la precarietà contrattuale non cade dal cielo: è il frutto di riforme del lavoro, di strategie aziendali orientate alla flessibilità e di una contrazione della capacità di contrattazione collettiva. Allo stesso modo, l’accumulazione di capitale nelle mani di pochi è legata a politiche fiscali, deregolamentazione finanziaria e mercati sempre più globalizzati. È corretto parlare di differenze intergenerazionali nell’accesso a opportunità, ma è fuorviante trasformare queste differenze in colpe morali. La vera domanda è: chi ha progettato il contesto che genera queste disparità e perché non si assume la responsabilità di cambiarlo?

Un altro fatto scomodo: molte delle scelte che vengono criticate nei giovani — mobilità sociale, ricerca di work-life balance, preferenza per contratti flessibili — sono risposte razionali a incentivi errati. Se il sistema premia la rendita immobiliare e penalizza l’imprenditorialità stabile con una burocrazia asfissiante e tassazione disincentivante, è ovvio che le risposte individuali riflettano una strategia di adattamento, non una colpa morale. Diciamoci la verità: il focus su abitudini di consumo o su presunte mancanze etiche è spesso una distrazione rispetto alle politiche fiscali, alla governance urbana e alle dinamiche finanziarie che orientano le scelte di vita.

Analisi controcorrente e proposte per spostare il dibattito

Il cambiamento richiede uno spostamento di prospettiva: dalla colpevolizzazione generazionale alla responsabilità istituzionale. Il re è nudo, e ve lo dico io: finché continueremo a misurare i fallimenti come se fossero difetti personali, non otterremo riforme strutturali. Serve un’agenda che metta al centro politiche abitative, lavoro dignitoso, riforma fiscale e investimenti nella formazione. Ma perché ciò accada è necessario un cambio nel linguaggio pubblico: smettere di parlare per slogan generazionali e iniziare a nominare attori concreti e scelte politiche.

Primo, la politica abitativa. Non si risolve la crisi delle case con moralismi su chi spende in smartphone; serve una regolazione che limiti la speculazione, incentivi l’edilizia sociale e renda accessibile il credito per chi vuole stabilità abitativa. Secondo, il lavoro. Non è sufficiente evocare la dignità del lavoro: bisogna ristrutturare il diritto del lavoro per garantire tutele reali anche in contesti flessibili, rafforzare la contrattazione collettiva e tassare le rendite da capitale in modo progressivo per finanziare queste tutele. Terzo, istruzione e formazione: investimenti mirati che non siano solo slogan ma percorsi riconoscibili con transizioni scuola-lavoro reali e incentivi per l’apprendimento continuo.

So che non è popolare dirlo, ma le riforme radicali non vengono dai salotti o dai tweet più virali: nascono dove si decretano costi e benefici concreti, e spesso implicano conflitti d’interesse da affrontare a viso aperto. La realtà è meno politically correct: chi detiene potere economico non rinuncia facilmente alle rendite. Perciò il dibattito pubblico deve spostarsi dalle generazioni alle politiche che creano vantaggi e svantaggi. Solo così smettiamo di scaricare la responsabilità su categorie umane e iniziamo a pretendere responsabilità da istituzioni e attori economici che realmente modellano le opportunità.

Conclusione: non propongo pietismo per le nuove generazioni né assoluzioni per chi sbaglia; propongo serietà. Invece di vincere dibattiti con slogan, mettiamo sul tavolo proposte reali e misurabili. Il re è nudo, e dobbiamo smettere di guardarlo con gli occhi di chi ama la narrazione facile. Invito il lettore a essere critico, a chiedere responsabilità concrete e a smettere di cedere alla tentazione di dare a un’età ciò che appartiene a strutture e interessi.

Scritto da AiAdhubMedia

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