intelligenza generativa nella finanza: rischi, opportunità e numeri

valutazione pratico-critica sull'adozione dell'intelligenza generativa in banca: efficienza, rischi di model risk e obblighi di due diligence

Molte banche stanno già raccogliendo risultati concreti: alcuni processi documentali hanno visto una riduzione dei costi operativi fino al 20% grazie all’intelligenza generativa, e gli analisti riportano incrementi di produttività anche del 30% su attività ripetitive nei trial interni. Dati incoraggianti, certo, ma trasformare questi successi di laboratorio in soluzioni operative richiede più che buone performance su un singolo dataset. Occorrono governance robuste, controlli di compliance efficaci e una gestione attenta del rischio di modello, altrimenti i vantaggi rischiano di rimanere teorici. Come sottolinea Marco Santini, con un passato in Deutsche Bank e oggi attivo nel fintech, i numeri funzionano solo se sono sostenuti da processi ripetibili e misurabili.

Dal proof of concept alla produzione: la vera differenza
Un proof of concept che funziona non è ancora una soluzione pronta per il mondo reale. La variabile decisiva è la ripetibilità: un modello deve mantenere le sue performance ogni giorno, su volumi operativi e in condizioni che cambiano. In ambito bancario questo significa una due diligence rigorosa e KPI tarati sul tipo di attività, non generalizzati.

Tre aree operative da monitorare con priorità
– Accuratezza e model drift: adottare finestre mobili di controllo e indicatori prestabiliti per rilevare derive legate a variazioni della popolazione o input anomali. L’analisi delle feature aiuta a capire se il degrado delle prestazioni deriva da dati diversi rispetto al periodo di training. – Protezione dei dati sensibili: valutare esposizione e contromisure, dalla cifratura ai limiti di accesso e alla governance dei dataset. – Impatto su tempi e costi: misurare tempo medio di processamento, riduzione degli errori umani e ROI atteso, includendo sia i risparmi immediati sia i costi ricorrenti.

Metriche che contano (e come usarle)
Le metriche operative restano il fulcro delle scelte. In progetti ben governati si vedono accuratezze vicino al 90% su compiti circoscritti — ad esempio l’estrazione automatica di clausole standard — ma la stessa percentuale raramente si mantiene in task aperti o con contesti legali variabili. Per questo è utile definire KPI distinti per task strutturati e non strutturati e impostare valutazioni separate: solo così si evita di sovrastimare il valore reale dell’automazione.

Guardare oltre il risparmio immediato
Dal punto di vista finanziario, concentrarsi sul risparmio iniziale è fuorviante. È necessario considerare:
– ROI a 12–24 mesi; – costo totale di ownership (integrazione, API, test, retraining); – costi ricorrenti per governance, monitoraggio e audit. Senza stime realistiche dei costi operativi continui, i guadagni attesi possono erodersi rapidamente. Le istituzioni che modellano questi elementi con prudenza ottengono proiezioni più affidabili e meno soggette a sorprese.

Auditabilità e responsabilità: cosa documentare
La documentazione non è una formalità: serve tracciare pipeline, dataset di addestramento, processi di validazione e il numero di interventi manuali necessari per gestire output non conformi. Indicatori come il tasso di incident reporting verso i team di controllo diventano segnali anticipatori utili per revisori e autorità. Pratiche operative che facilitano l’auditabilità includono backup dei dataset, log immutabili delle decisioni e strumenti di explainability per ogni rilascio. I contratti con i fornitori dovrebbero poi contenere garanzie su performance, protezione dei dati e clausole chiare sul trasferimento di rischi tecnologici.

Rischi sistemici: attenzione alla concentrazione
Se molte banche si affidano agli stessi fornitori o agli stessi dataset, le decisioni tendono a diventare più correlate — con un impatto evidente su credito e valutazione degli asset. Questo aumenta la probabilità di shock simultanei. Per limitare il rischio bisogna prevedere stress test più severi e requisiti di diversificazione dell’infrastruttura, così da ridurre il rischio di contagio tecnologico.

Azioni pratiche da mettere in campo fin da subito
Per non lasciare l’innovazione alla buona sorte, conviene incorporare misure concrete già nella fase di progetto:
– definire KPI distinti per task strutturati e non strutturati; – implementare monitoraggio continuo con soglie di escalation e rollback automatici; – prevedere strategie di fallback umano per i casi critici; – inserire requisiti di explainability e audit trail nei contratti con i fornitori; – pianificare retraining periodici e test di robustezza in scenari variabili. Questi accorgimenti riducono l’esposizione operativa e rendono più chiaro, agli investitori e ai revisori, il valore reale dell’investimento.

Verso un quadro regolamentare più definito
Le autorità di vigilanza chiedono che l’innovazione non riduca i controlli: trasparenza, protezione dei dati e misure anti-frode restano vincoli imprescindibili. A breve sono attesi indirizzi più precisi a livello nazionale ed europeo per uniformare governance e resilienza infrastrutturale. Le banche che anticipano questi requisiti — investendo in controlli pre-deployment e in monitoraggio continuo — si mettono in una posizione di vantaggio competitivo. Solo così l’innovazione smette di essere una curiosità pilotata e diventa parte affidabile delle operazioni quotidiane.

Scritto da AiAdhubMedia

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