Girl di Shu Qi: uno sguardo sul patriarcato e il coming-of-age taiwanese

Una lettura del film Girl (Nühai) di Shu Qi: tra autobiografia, denuncia sociale e scelte stilistiche che dividono

Il film Girl (Nühai) di Shu Qi ha inaugurato la 23ª edizione dell’Asian Film Festival a Roma, che si è svolta dal 7 al 15 aprile presso il Cinema Farnese. Questa opera, prodotta e ambientata a Taiwan, propone un racconto che mescola elementi personali e universali, mettendo al centro il tema della violenza maschile sulle donne e il percorso di crescita di una ragazza in una famiglia segnata dall’abuso.

La regista, che arriva da un vissuto tra Taiwan e Hong Kong, costruisce una pellicola che si pone tra semi-biografia e riflessione sociale. La protagonista, Hsiao-Lee Ping (interpretata da Xiao-Yng Bai), attraversa un passaggio all’adolescenza che è al tempo stesso intimo e collettivo, osservato attraverso il filtro di rapporti familiari, amicizie e codici culturali.

Un racconto di formazione e di potere

La struttura del film segue il classico coming-of-age, ma lo intreccia con una denuncia sociale esplicita. Hsiao-Lee scopre il fumo, il gioco, i primi rapporti con i ragazzi e il senso di fuga nello sguardo di luoghi appartati dove si consumano videocassette e danze proibite. La presenza della compagna di scuola Lili Li (Ping-Tang Li), tornata dagli Stati Uniti dopo il divorzio dei genitori, funge da contraltare: la ragazza americana appare liberata, mentre Hsiao-Lee è intrappolata nelle dinamiche domestiche.

La figura paterna e la violenza come linguaggio

Il padre, incarnato da Roy Chiu, è una figura di dominio che ripete il mantra «Siete tutte mie», segnando il film con scene di abuso fisico e psicologico. La reiterazione di pugni, calci e violenze sessuali diventa il modo in cui il film parla del patriarcato radicato in alcune tradizioni sociali asiatiche, ma la resa visiva di questi atti solleva domande: la rappresentazione esplicita può portare alla sensibilizzazione o rischia di anestetizzare lo spettatore per eccesso di brutalità?

Scelte stilistiche: realismo, formalismo e immagini simboliche

Shu Qi alterna sequenze dall’accento realistico a inquadrature formali che a volte risultano claustrofobiche. La sceneggiatura risente di pause narrative e di un montaggio che non sempre coglie l’intensità emotiva richiesta dalle situazioni più dure. Nonostante ciò, il film non manca di fotografie evocative: il cielo, la natura, animali come il ragno o l’airone e il lungo tunnel con una rete che separa la ragazza dal porto funzionano come metafore visive della prigionia urbana e familiare.

Il confine tra denuncia e racconto giovanile

In alcune scene la pellicola prende l’aspetto di un film giovanile occidentale adattato alle periferie di Taipei: balli, relazioni e desiderio di evasione richiamano modelli già visti, ma perdono parte della loro forza quando non sono sostenuti da un arco interiore chiaro. Il fatto che la protagonista provenga da un’infanzia segnata e arrivi in fretta a una giovinezza consumata mette in luce una contraddizione: la ricerca di libertà non sempre trova nella sceneggiatura strumenti coerenti per compiersi.

Prospettive della regista e confronto con altri approcci

Shu Qi porta nello sguardo registico la sua esperienza personale: dagli inizi nei film erotici di bassa lega fino alla collaborazione con il maestro Hou Hsiao-Hsien (richiamato nella filmografia con titoli come Millennium Mambo), la sua storia professionale segna la volontà di intrecciare memoria e denuncia. Il paragone con pellicole che affrontano la violenza domestica con toni diversi, come il film italiano C’è ancora domani di Paola Cortellesi, mette in evidenza scelte opposte in termini di alleggerimento formale e impatto sul pubblico.

Verso una valutazione equilibrata

Alla luce di pregi e difetti, Girl si rivela un debutto pieno di buone intenzioni, ricco di immagini potenti ma segnato da lacune narrative e da una certa discontinuità di tono. Le intenzioni di denuncia e la volontà di rappresentare una linea generazionale maschile che opprime rimangono evidenti, così come l’urgenza di problematiche sociali che vanno oltre i confini di Taiwan.

In conclusione, il film di Shu Qi emerge come un’opera che suscita dialogo: da un lato espone con crudeltà le dinamiche del potere patriarcale; dall’altro lascia aperte molte domande sul come raccontare la violenza senza renderla né spettacolo né mera testimonianza. Alcune soluzioni visive e simboliche funzionano, ma la piena efficacia drammatica avrebbe richiesto una più solida tessitura narrativa.

Scritto da Francesca Neri

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