Il concetto di karma è radicato in diverse tradizioni religiose, ma la sua influenza sulla vita quotidiana è oggetto di studio anche in ambito scientifico. Gli psicologi lo considerano una forma di giustizia morale soprannaturale ossia la convinzione che le buone o cattive azioni generino conseguenze coerenti anche in assenza di un’autorità osservatrice. Questa credenza, pur priva di prove empiriche di una legge cosmica, può plasmare i comportamenti di chi la sostiene.
Negli ultimi anni, le ricerche hanno iniziato a quantificare come il pensiero karmico interferisca con scelte morali, salute cardiovascolare e persino con la percezione della longevità. Di seguito si riassumono i risultati più significativi, suddivisi per area di impatto.
Credere al karma modifica le decisioni egoistiche
Una serie di quattro esperimenti preregistrati, che hanno coinvolto 3.591 partecipanti ha mostrato che la semplice invocazione del karma riduceva i comportamenti egoistici nei giochi economici anonimi. I soggetti che avevano appena letto una breve descrizione del principio karmico sceglievano più spesso opzioni eque, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa. Un altro studio ha evidenziato che, quando era possibile ingannare per ottenere denaro, il richiamo al karma diminuiva la propensione a barare.
Il lato oscuro: giustificazione delle disuguaglianze
Il medesimo meccanismo, però, può generare effetti meno benefici. In tre studi condotti su 6.049 individui in India, Singapore e Stati Uniti, è emerso che una mentalità karmica tendeva a far attribuire la responsabilità delle sofferenze alle vittime stesse. Quando veniva evocato il karma, le persone aumentavano la generosità verso chi appariva “innocente” ma, al contempo, erano più inclini a ritenere le disgrazie di altri come meritati. Questo fenomeno alimenta la giustificazione delle disuguaglianze e influenza le decisioni su chi aiutare o escludere.
Cattiveria, personalità e aspettativa di longevità
Una meta-analisi pubblicata tra il 2025 e il 2026 ha integrato dati longitudinali su 569.859 persone accumulando quasi sei milioni di anni-persona di osservazione e più di 43 mila decessi. I risultati hanno smentito l’idea popolare secondo cui la gentilezza garantisce una vita più lunga: l’amicalità non mostrava alcuna correlazione significativa con la mortalità. Al contrario, tratti come la coscienziosità (autocontrollo, organizzazione) erano associati a un rischio ridotto, mentre il neuroticismo aumentava il pericolo di mortalità precoce.
Rabbia, ostilità e rischio cardiovascolare
Quando l’analisi si sposta dalla personalità al comportamento acuto, emergono connessioni più nette. Una revisione di studi prospettici ha trovato che l’ostilità cronica è collegata a un +19% di probabilità di eventi coronarici in popolazioni sane. Inoltre, una ricerca pubblicata sull’European Heart Journal ha mostrato che, nelle due ore successive a un’intensa sfuriata, il tasso di infarti, ictus e aritmie è significativamente più alto rispetto a periodi di calma. La spiegazione è fisiologica: la rabbia attiva il sistema nervoso autonomo, alza pressione e frequenza cardiaca, creando condizioni favorevoli a eventi acuti.
Relazioni sociali, perdono e benessere generale
Un ulteriore elemento chiave è il ruolo delle relazioni sociali. Una meta-analisi su 148 studi e più di 300.000 persone ha rilevato che chi mantiene legami solidi ha una probabilità di sopravvivenza circa il 50% più alta rispetto a chi è socialmente isolato. Parallelamente, un’altra revisione ha associato il perdono a migliori indicatori di salute psicologica e a parametri cardiovascolari più favorevoli, come pressione arteriosa più bassa. Perdono non equivale a dimenticare o a tollerare abusi, ma a liberarsi dal carico emotivo di rabbia e desiderio di vendetta, riducendo lo stress cronico.
Il karma inteso come «ciò che facciamo agli altri ritorna a noi», trova riscontro in fenomeni concreti: la reputazione, il supporto sociale e le reazioni fisiologiche.



